Di treni, mosche e spaziotempo

Un treno sporco lanciato nella notte. Facce stanche, corpi sprofondati sui sedili, gambe allungate alla ricerca di ristoro. L’umanità più diversa è sparsa su pochi vagoni, come persone in attesa del proprio turno dentro corridoi sudici, che non sboccano in alcuna stanza. Il tempo trascorso a viaggiare, in questo caso, a farsi trasportare da un mezzo di locomozione, sembra perso e buttato via per sempre. Sprecato, eppure necessario. Per alcuni “viaggianti” può rappresentare un’occasione di svago, un lungo momento di pausa in cui leggere finalmente qualche pagina del libro, che durante la settimana non si riesce neanche a sfiorare. Per altri, fautori del noto motto “il tempo è denaro”, il non-tempo trascorso su un treno, è sempre una buona occasione per lavorare.

Infine ci sono i viaggiatori che non sopportano l’idea dell’assenza di conversazione, dei veri e propri drogati della parola: i telefono dipendenti. Ignari delle leggi della fisica acustica che regolano la propagazione del suono, i nostri viaggiatori logorroici vorrebbero attaccare bottone con il passeggero prospiciente, ma lo sforzo sociale necessario a stabilire una connessione con esso, è troppo grande da intraprendere a quest’ora della notte. Meglio afferrare il cellulare o lo smartphone (in base al livello di predisposizione dei nostri all’innovazione tecnologica), e telefonare a qualcuno. Il viaggio in treno, per i dipendenti dall’interazione verbale, rappresenta il momento ideale per torturare il prossimo in duplice forma: la prima, è costituita dalla propagazione di informazioni riservate all’interno di una bolla prossemica piuttosto ristretta; la seconda riguarda invece il volume di trasmissione dei dati. E così accade che la signora Ada, in viaggio per andare a trovare il figlio Francesco, sia coattamente messa a conoscenza da una conversazione non richiesta, che Mauro sta cornificando sua moglie Laura, e che questo costituisce un segreto da non spargere ai quattro venti, stando al chiacchieratore che le è seduto accanto. Le vite di Ada, del logorroico e dell’infelice coppia di sposi, non si incroceranno mai più, ma per il breve lasso di tempo della telefonata, essi sono stati intimamente legati dalla condivisione di quella notizia, così privata, da risultare (quasi) inenarrabile.

treno_notte
La signora Ada è anziana, ma robusta e forte. Incarna in sé, e fuori di sé, tutti gli elementi che racchiusi in un’unica grande e solare figura, compongono lo stereotipo di certe mamme del meridione d’Italia. Indossa una grande giacca a vento nera, così larga e ingombrante che gran parte della stessa occupa il sedile alla sua sinistra. Il nostro logorroico vi è seduto sopra, ma non se ne è accorto. Ada parla poco, e quando parla lo fa in dialetto. Suo marito, Alfio, è seduto di fronte a lei, con i gomiti sul tavolino e la testa sugli stessi. É taciturno, ma sereno. Lo scambio di sguardi tra Ada e Alfio palesa un legame tenero e speciale, che non ha bisogno di essere “telefonato” a nessuno. Alfio ha dei grandi baffi bianchi e continua a stringersi il braccio sinistro, facendo smorfie di dolore. Per un attimo, temo che stia per avere un infarto, poi capisco: il bracciolo del suo sedile lo costringe in una postura troppo scomoda per il suo braccione.
Di fronte a me, arcigna, siede la signora Marianna, anch’ella anziana, ma in modo diverso. Non è grande come Ada, è asciutta e bionda; non sorride dolcemente come Alfio, al contrario si agita nervosamente sul sedile e inveisce contro il poggiatesta, troppo rigido per la sua aurea nuca. Quasi vorrebbe sradicarlo dal sedile e usarlo per malmenare il controllare che, dal canto suo, dotato di una pazienza infinita, resta ad ascoltarla mentre se ne lamenta. La signora Marianna, non indossa abiti anonimi come Ada; porta un golf di lana e un paio di pantaloni marroni che sembrano comodi. Ai piedi scorgo delle orribili scarpe firmate che secondo la pubblicità sono “sportive, comode ed eleganti, per la donna moderna”. Di moderno, la signora Marianna ha ben poco. É piuttosto una borghese signora sulla sessantina avanzata, che probabilmente passa i suoi pomeriggi a sorseggiare té nero delle Indie, all’ombra di un portico nel suo giardino di casa, chiacchierando amabilmente con amiche della sua stessa levatura sociale ed economica. Contrariamente all’immagine snob che proiettava, la signora Marianna sorprese tutti, di colpo, nel momento in cui arrotolò su se stessa la rivista, gentilmente abbandonata dal passeggero sceso alla stazione precedente, e la scagliò con inaudita violenza contro un innocente insetto, che aveva avuto l’audacia di svolazzarle sul naso. I colpi vibrano nell’aria senza pietà, strabuzzo gli occhi. Se avesse potuto, la signora Marianna avrebbe sradicato non solo il dannato poggiatesta del suo sedile, ma anche il bracciolo scomodo del signor Alfio, pur di sfogare la sua rabbia repressa contro quella mosca non colpevole e ormai esanime sul tavolino. Osservando da vicino, si possono ancora intravedere le zampine tremanti dell’insetto, o meglio, di ciò che rimane di esso.
Fuori è buio pesto e lo spostamento d’aria provocato dal passaggio di un treno sui binari accanto, fa sobbalzare tutti per un rapido istante. Alfio e Ada chiudono gli occhi, abbandonano il capo; Marianna si assopisce, con le sopracciglia aggrottate e le braccia conserte. Li osservo tutti e tre: sembrano avere la stessa età, eppure appartengono a mondi totalmente diversi. Forse, in uno degli infiniti universi paralleli, Ada e Alfio sono una coppia di affermati designer svedesi, e Marianna… No, Marianna sarebbe sempre la solita stronza: certe tare, sono in grado di trasmettersi nel tempo e soprattutto nello spazio.

Rain_Steam_and_Speed_the_Great_Western_Railway

Annunci

7 pensieri su “Di treni, mosche e spaziotempo

  1. Non si può fare a meno di leggere questo racconto/cronaca tutto d’un fiato e poi dispiacersi che è finito. Quanta umanità intorno a noi… che naturalmente non vediamo e non capiamo… Ma quando ci immergiamo nelle parole che la descrivono ne restiamo irrimediabilmente affascinati!

  2. Che bel post! Sul treno effettivamente siamo costretti a condividere uno spazio limitato con estranei, anche io mi diverto a osservare le sfaccettature dei vari personaggi, e tu lo hai fatto proprio bene nel tuo racconto! 🙂

  3. Anni fa prendevo il treno con una certa regolarità, a botte di tre ore a viaggio. Ricordo che ogni viaggio era preceduto da un’attenta pianificazione degli strumenti di intrattenimento allo scopo di isolarmi da qualsiasi interazione con quel surrogato di umanità che il treno porta con sé: libri, riviste, lettore MP3 con dentro podcast di Caterpillar (ché la radio si sentiva sempre male), giochini sul cellulare che doveva essere assolutamente carico. Poi però capitava di dimenticare gli auricolari a casa, e quelle tre ore ritornavano ad essere tre pesanti ore.

  4. Non capisco onestamente tutto il tuo odio verso la povera Marianna. Un paio di Hogan e un po di claustrofobia la rendono ai tuoi occhi cosi insopportabile? 😀 Ti seguo, scrivi bene!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...